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29 Giugno

Elezioni amministrative: qualcosa di più di un campanello d'allarme

Le elezioni amministrative che si sono concluse con i ballottaggi di domenica scorsa rappresentano qualcosa di più di un semplice campanello d'allarme per il PD.

Ogni voto locale presenta certo elementi contingenti che dipendono dalle singole situazioni territoriali ma, specie a fronte di risultati così netti, non si può far finta di non vedere quei fattori generali che hanno determinato una sconfitta pesante per il nostro partito e il ritorno del centrodestra.

La disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni dimostrata dall'ennesima crescita dell'astensionismo dovrebbe far riflettere tutte le forze politiche (nonché tutte le istituzioni, a partire da quelle europee) sullo stato di salute precario che la democrazia occidentale sta attraversando, sulla profondità del malessere sociale che si è diffuso negli ultimi dieci anni, sulla percezione di inutilità che i cittadini hanno nei confronti delle istituzioni democratiche, anche quelle più prossime come i Comuni, e dell'incapacità di dare risposte ai loro nuovi bisogni. Tutti ragionamenti impegnativi e problemi difficili da affrontare certo. Se poi si evitasse di fissare la data delle elezioni a fine giugno non guasterebbe. C'è una ragione di sensibilità democratica che ci deve spingere ad affrontare tali questioni, ma ve n'è pure una più utilitaristica. Infatti, come dimostrano diverse ed autorevoli analisi elettorali, l'astensionismo sta penalizzando soprattutto la nostra parte e non è più vero che gli elettori del centrosinistra partecipano più di quelli di centrodestra agli appuntamenti elettorali.

Il secondo aspetto è rappresentato dall'isolamento del Partito Democratico rispetto al "resto del mondo". L'aver confuso la vocazione maggioritaria con la pretesa (o meglio l'illusione) dell'autosufficienza, e il riformismo con la strategia del conflitto aperto costantemente sul maggior numero di fronti possibili (non solo politici ma anche sociali), si sta dimostrando, elezione dopo elezione, referendum dopo referendum, un errore esiziale. Non è un caso che la nostra sconfitta si sia materializzata ai ballottaggi, ovvero quando i nostri candidati si sono trovati a "combattere" nell'uno contro uno, o meglio nel tutti contro di noi.
È fisiologico quando si governa, a tutti i livelli, trovare i diversi avversari uniti nel momento decisivo, ma la regolarità con la quale ci troviamo a soccombere a prescindere dall'avversario del ballottaggio (sia un candidato dei 5 Stelle, del centrodestra, o di una lista civica) è un fattore ormai patologico.  Allo stesso tempo non è un caso che in tre dei quattro Comuni capoluogo vinti al ballottaggio (Padova, Lecce e Taranto) ciò sia stato possibile grazie all'apparentamento tra primo e secondo turno con altre liste. L'obiettivo non può essere quello di costruire cartelli elettorali eterogenei e di conseguenza di dar vita a maggioranze ingovernabili, ma dobbiamo essere consapevoli che da soli siamo destinati all'isolamento e perciò alla sconfitta.

Non vi è dubbio che le divisioni nel campo del centrosinistra avvenute negli ultimi mesi abbiano deluso, amareggiato e scoraggiato molti dei nostri elettori. Sulle responsabilità di queste divisioni sapete come la penso, e sono convinto che non risiedano in una parte sola. Devo però riconoscere che chi aveva messo in guardia a non sottovalutare l'impatto devastante della rottura aveva ragione. Una sola crepa può far cedere una diga. Sono convinto che la ricostruzione di una coalizione di centrosinistra aperta al civismo sia una scelta necessaria (semmai non sufficiente) per affrontare le prossime sfide elettorali ed in particolare le prossime elezioni politiche. Il principio di questo tentativo non sta nelle formule politiche, nelle sommatorie di soggetti politici, nei meccanismi della legge elettorale. Senza la nostra disponibilità a ridiscutere le politiche di questi anni (in particolare quelle economiche, fiscali, del lavoro, della scuola), a riconoscere la necessità di una discontinuità politica che rimetta al centro la lotta alle disuguaglianze, che torni a parlare a chi si è sentito escluso, abbandonato o tradito, a quel pezzo di società che ci ha voltato le spalle e che non ha trovato protezione nelle nostre scelte, non sarà possibile ricostruire il campo del centrosinistra.

Sul piano locale pesa non poco lo stato di abbandono in cui versa la nostra organizzazione politica in larga parte del territorio nazionale. A questo proposito, già dopo le elezioni amministrative dello scorso anno avevo scritto una lettera al segretario per denunciare una situazione ben più grave di alcuni risultati negativi "a macchia di leopardo" (espressione usata oggi come allora per liquidare in fretta l'analisi del voto), senza tuttavia ricevere risposta, non tanto a parole quanto più nei fatti.

Non si tratta di riaprire il congresso dopo averlo celebrato in fretta e furia qualche mese fa, ma non si può pensare che una seria discussione rispetto a tutto ciò che non va non sia necessaria. Non è troppo presto per ridiscutere la linea politica. Il rischio semmai è che sia troppo tardi.



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