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18 Settembre

La riforma del processo penale

 

In settimana alla Camera abbiamo iniziato la discussione del disegno di legge che interviene in materia di giustizia penale e che contiene una serie di deleghe al Governo, alcune delle quali hanno provocato un acceso dibattito che ha investito il mondo politico, quello della giustizia e quello dell’informazione.
L’obiettivo della riforma è quello di garantire un sistema giudiziario efficiente e in grado di assicurare ai cittadini una ragionevole durata dei processi e allo stesso tempo la certezza della pena.
Il testo proposto inizialmente dal Governo ha visto un lavoro intenso da parte della Commissione Giustizia, il testo che è arrivato in Aula si compone di 34 articoli suddivisi in vari ambiti come l’estinzione del reato per condotte riparatorie e l'inasprimento delle pene per i reati di scambio elettorale politico mafioso, furto in abitazione e con strappo, furto aggravato e rapina.
Corposa la parte di riforma che investe le indagini preliminari e l’archiviazione.
In particolare il disegno di legge interviene sui tempi delle indagini, introducendo l’obbligo per il PM – terminata la durata massima delle indagini - di esercitare l’azione penale oppure di richiedere l’archiviazione.
Sempre in materia di archiviazione si introduce la nullità del decreto di archiviazione se emesso in mancanza dell’avviso alla persona offesa.
Altri interventi riguardano i riti speciali quali ad esempio il giudizio abbreviato: in caso di delitto è confermata la riduzione della pena ad un terzo ma in caso di contravvenzione (reati non puniti con la reclusione) si consente il dimezzamento della pena.
L’articolo 28 è quello che ha causato le maggiori polemiche. Si tratta di un’ampia delega al Governo in materia di processo penale e coinvolge anche le intercettazioni.
Nei criteri della delega si prescrivono tutele per le persone occasionalmente intercettate durante le indagini e soprattutto si introduce la reclusione da 6 mesi a 4 anni per tutti coloro che diffondano conversazioni captate in maniera fraudolenta alla scopo di danneggiare la reputazione dell’intercettato.


Questa delega è stata vista come un possibile “bavaglio” alle inchieste e ai servizi giornalistici. Per questo motivo già a luglio gli esponenti del Pd in Commissione hanno inserito nella norma una clausola di non punibilità quando le registrazioni o le riprese sono effettuate nell’ambito di un processo amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.
Ritengo che la clausola inserita – anche su richiesta del Ministro Orlando – sia la dimostrazione che non c’è alcun tentativo di limitare lo strumento delle intercettazioni, anzi viene rafforzato per i reati contro la PA. Il problema si pone in relazione alla loro diffusione. Vanno tutelati e bilanciati sia il diritto di cronaca, elemento cardine di ogni democrazia, sia la riservatezza di notizie prive di rilevanza penale che finiscono, come spesso accade, per gettare fango sulle persone.
Credo che l’idea di introdurre un’udienza filtro dove accusa, difesa e giudice selezionano i materiali rilevanti possa rappresentare una buona soluzione.




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